Dopo l'ultima entusiasmante lettura ( la trilogia di "queste oscure materie" di P. Pullman) mi si e' posto il problema di ricominciare a leggere trovando un libro che mi coinvolgesse altrettanto. Non so se vi capita di avere una sorta di "periodo di lutto" in seguito alla fine della lettura di un libro che vi ha particolarmente coinvolto. A me succede, e spesso mi capita di non leggere nulla per mesi, esattamente come dopo aver mangiato qualcosa di particolarmente gustoso evito di mangiare o anche bere qualsiasi cosa per qualche ora, per continuare a bearmi del sapore che mi ha lasciato in bocca. Mi sono pero' imbattuta nell'ultima fatica di Camilleri del filone del commissario Montalbano, ed avendo io una sfrenata passione per i suoi libri mi ci sono gettata a capofitto. Devo ammettere che ogni volta ho paura di trovarmi davanti una caduta di stile o ad una storia banale piu' che altro per la frequenza con cui Camilleri riesce a produrre libri, che in genere non e' mai buon segno per uno scrittore...
Invece eccomi qua a pentirmi anche solo di averlo pensato. Lo stile e' il solito, impeccabile, ironico, tagliente. Le pagine scivolano via su una storia mai scontata impregnata e incernierata sul tema del tradimento, da quello coniugale a quello di un' amicizia profonda. La sicilia e' di nuovo quella della vecchia mafia, quella che aveva un codice d'onore, che non sparava a caso, che a modo suo aveva una legge che si scontra con la delinquenza di oggi, senza piu' nessuna remora e nessun tipo di rispetto. Camilleri sembra avere quasi nostalgia dei criminali vecchio stampo, quelli che le donne e i bambini non si toccano. Mai. E tra le righe compare tramite le parole del commissario anche la solita aspra ironia sulla politica collusa, corrotta e inconcludente, sulla televisione spazzatura, sui metodi tutti italiani di fare le cose.
Bello. Davvero un bel libro. Camilleri non delude mai.
Quarta di copertina:
Il campo del vasaio, detto anche del sangue, è luogo che appartiene alla topografia morale. Designa una contrada maligna, putrida e pantanosa: un anfrattuoso cimitero di argille; uno smortume di forre e borri. La località è il quadrante tartareo del tradimento. Venne acquistato con il «prezzo del sangue»: con i trenta denari di Giuda. E accolse le viscere sparse dell'apostolo traditore, lì impiccatosi. In un campo del vasaio vengono trovati i trenta «tagli» di un uomo: prima giustiziato, con un colpo alla nuca; poi macellato. Sembrerebbe un delitto di mafia eseguito con puntigliosa esattezza, secondo il rituale arcaico riservato a quanti hanno tradito. Ma il tradimento è una macchinazione che dà a intendere quel che non è. Corre su un'incerta frontiera. Tra vero e falso. E anche i luoghi e le cose tradiscono, in questo romanzo. Lo stesso Montalbano, sempre più soliloquista e monologante, su declivi di stanchezza, è posseduto da uno stupore notturno: dai lumi ciechi di un incubo traditore che lo gela, come dentro un cubo di ghiaccio, in mezzo al fracasso dei turbini. Il commissario dovrà smorfiare i segni sghembi delle premonizioni, e sventare le trame nascoste di un tradimento che lo coinvolge e lo tocca fino alle lacrime. Una signora dei trucchi, una maliarda, ha portato scompiglio nel commissariato di Vigàta. Sa come affascinare gli animi anche riluttanti. Sa come stornarli, e come condannarli a una dipendenza vergognosa. Somiglia all'Angelica dell'Orlando innamorato di Boiardo. Esotica e ingannatrice anch'essa: venuta dalla Colombia, come l'altra dal Cataio; entrambe perfide, fatte di «màrmaro e d'azzaro». Si chiama Dolores, la nuova principessa degli inganni: «Dolorosa», nella pronuncia di Catarella. Ha adescato il «paladino» più vicino a Montalbano. E lo sobilla, per «tradire» l'inchiesta. Il «paladino» subisce il sortilegio. Ma, segretamente, vorrebbe essere redento. Montalbano riuscirà a soccorrere l'amico, e a deludere le falsità con altre falsità. Procederà in punta d'ingegno: abile nello sgambetto e nel contropiede. Ingannerà la traditora. Esorcizzerà gli influssi nefasti del campo del vasaio, i suoi pronostici tradimentosi. Con una meditazione calma, ancorché sconsolata. Lui, Montalbano, è il «poviro puparo» di una dispersa e «mischina opira dei pupi»: «la faticata si faciva ogni volta cchiù grossa, ogni volta cchiù pisanti. Fino a quanno avrebbe potuto reggiri?».